04 luglio 2013
100 giorni
06 aprile 2013
Ed è, né cangia stile
29 giugno 2012
Madama Cloros ha una teoria definitely killer
28 giugno 2012
Madama Cloros allega foto
Si allega foto di concentrato femminino, capigliatura di medusa e libro spiluccato con dita di smalto acquamarina, un sorriso, forse una smorfia, potrebbe esser qualsiasi cosa, quellalà, un libro mio, come dice Cloros, oppure di Bulgakov, o di Keats, o d'Onetti, o di Vila-Matas o d'Haruki Murakami, che così fosse: Muràkami, e poi di baci saziami, Madama Cloros.
12 aprile 2012
Come in cielo
26 dicembre 2011
La crisi non c'entra (tre periodi, quello al centro lunghissimo e senza punti)
11 marzo 2011
[elenini legge e son brividi] Le bugie hanno le gambe corte, ma vedeste che caviglie
[il monologo l'ho scritto tempo fa, Madame Cloros non l'ha mai messo in scena, gl'opìfici l'han pubblicato qua]
Elena, poi, suona pure l'armonica.
Anche se l'ho mica mai sentita.
Una blueslad, se si dice.
04 marzo 2011
Le bugie hanno le gambe corte, ma vedeste che caviglie
crederete mica non gl’abbia dato peso quando m’ha detto sai dove la cercava, Céline, la bellezza delle donne?: nelle caviglie.
E poi niente: m'ha guardato le caviglie.
Ne ha afferrata una, dolcemente, con le dita a pinza. L'ha sollevata. Nelle caviglie, cercava la bellezza Céline, ha sussurrato.Su Opìfice, oggi, un monologo che solo Madame Cloros potrebbe mettere in scena.
Se solo Madame Cloros la smettesse di dir bugie.
Se solo non fosse una di quelle che ma Céline chi?: Dion?
30 dicembre 2010
Sulla casualità d'un incontro (posticipato) tra le Finzioni e Just a Gigolo
[ah. poi sul soleventiquattr'ore han detto che Finzioni son bravi, bravi da medaglia di bronzo. Le segretarie, invece, specie Margarita Ronco, quelle un po' meno]
09 ottobre 2010
cose che mi costringono a fare, inedite ed inaudite
Pure tu sei strambo col punto esclamativo alla fine e Cortàzar non era quello che scriveva fantasy col punto interrogativo alla fine, ecco, eran frasi che non m'avevano mai carezzato le orecchie.
Le signorinelle, a me, non finiscono mai di stupirmi. Ed è una ròba grossa.
20 luglio 2010
Scrivere delle gran lettere
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi già scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi e basta. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Be’, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Be’, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.
Daniil Charms
25 settembre e ottobre 1933
[m'è venuto pensato che in Russia, negl'anni trenta, e in Germania, negl'anni venti, ci si divertiva un mondo, a scrivere delle gran lettere, mica come oggi, che quando scrivi a Madame Cloros ti vengon solo certe micragne che férmati, e c'è mica troppo da divertirsi]
22 maggio 2010
Tranquilli: due più due non fa più quattro
Altro slogan da sessantotto parigino, come ti sbagli.
E' un pezzo che non ci torno, all'ombra della Tour Eiffell. Non dal sessantotto, ma giù di lì.
Madame Cloros, lei sì che s'è messa su un aereo, sfidando il mal d'aria, ed è planata su Charles De Gaulle. La pista, non lo statista.
Statistiche: m'ha promesso, Madame Cloros, che mi scriverà una missiva dalla sbrilluccicante Lutezia, che me la scriverà "al novantacinque percento". Non c'è da crederle, a Madame Cloros, ché lei le scrive mica, le lettere. Le legge solo. Solo quelle che riceve. Solo quelle indirizzate a lei. Meglio ancora se non sono vergate a mano. E' che ci vuole troppo tempo ad interpretarle, dice Madame Cloros, mentre se fai un patchwork con dei ritagli di libri che ti sembrano scritti giustappunto per lei, ecco, quelle pagine là sì che le piacciono, a Madame Cloros.
Tomasz Kuciewski, me lo confidava ieri l'altro, passa certe nottate a preparare delle gran lettere per una certa Januszka. Ci siamo confrontati a lungo su questo aspetto dello spedir lettere, io a Madame Cloros, lui a Januszka: sembra che spiegare il mondo ogni volta dentro cinquanta righe lo facesse pure lui già nel settantanove, e con Ostinazione (che in polacco si dice Upòr, e piripìm, e parapàm), ed insomma niente, è sempre una serendipità rispecchiarsi nel Kuciewski, dopotutto.
Ha detto Kuciewski che certe volte "abbisogna fare pulizia".
Ieri l'ho preso alla lettera, corrispondenza ferné e poi: pulizia.
Ho gettato millemila utensilini inutili, ròbe da commercio equo e solidale.
Ho fatto una sorta di pulizia etnica.
M'han redarguito, da L'Aia.
[Un'altra Aia, invece, sembra mi conceda l'onore di conoscere Rizzoli, il direttore, ma non della casa editrice: di gara.]
Si diceva: ho fatto pulizia.
Ho gettato talmente tanta carta che per fabbricarla, quella carta là, credo abbiano sterminato mezzo stato del Parà, sudovest brasileiro.
[Quando ho scritto: ho gettato nella pattumiera un pezzo di Parà, non intendevo il paracadutista. Parapparà parapparà parapparà-ppà-ppà, lo dico giusto a favore dei tizi de L'Aia, sempre sul piede di guerra].
Carta canta, recita l'adagio, e a guardarla là, abbandonata in fondo alla pattumiera, m'è sembrato di sentirla vocalizzare davvero, quella carta, schiarire la voce ed intonare un fado, o forse no. Era triste e malinconica come certi suoni che riecheggiano tra le fronde della foresta amazzonica, quell'ammasso di cellulosa macchiata d'inchiostro (certuno meritevole, certun'altro no).
Pulizia. Linearità. Ordine.
Ultimamente ascolto (quasi) solo ed esclusivamente Dente, e sto leggendo un libro in cui si parla di cani, molto, e di denti, anche tanto, I cani là fuori, di Gianni Tetti.
Tetti, come quelli di Viterbo sui quali mi sono sentito Gavroche a sbevicchar neri d'avola mentre ascoltavo Dente raccontare la storiella del pomodoro di Fidenza.
Non mi permetto divagazioni, né nell'ascolto, né nella lettura.
Mi sta piacendo assai, il libro di Tetti.
Perché son storie sullo sfondo d'un'Isla Sarda ancestrale, à la Fois, e perché son cruente, ma d'una cruenza caritatevole, quasi.
Eppoi, perché se sommi gl'addendi d'ogni racconto, ecco, t'accorgi che due più due non fa mai quattro.
Come diceva Flannery O'Connor.
Come scrivevano sui muri della Sorbona nel sessantotto.
Come potrei leggere in calce ad una delle missive (rare) di Madame Cloros.
Se solo la spedisse, se solo.
Se solo la scrivesse, se solo.
16 aprile 2010
Lettera a Madame Cloros sul tufo e sull'ironia galantuoma dell'Alto Viterbese, e di chi v'abita
Vedi Cloros,
se c’è un’intuizione la cui fondatezza m’ostinerò a dimostrare di qui a quando ne avrò voglia è che esiste, deve per forza esistere, una qualche correlazione, un po’ come tra le tue scuse e i nostri caffè mai presi, tra la sbriciolosa predisposizione allo sberleffo della toponimia Alto Viterbese e l’ironia galantuoma di chi, nell’Alto Viterbese, v’abita.
Me lo faceva notare, e spesso accade così, che le cose vengano a cavallo dell’animosità schiumosa d’un abbirrazzamento, un tizio che mi raccontava di quando, nel bel mezzo d’una peregrinazione al sapore di cocomero e cosce arrossate dalle punture di zanzara, si trovò nei pressi d’Onano, patria della lenticchia e d’altre legùmiche prelibatezze. Fu davanti al cartello ch’indicava le porte del paese che costrinse un suo mozzo, tozzo, rozzo amico a scender dall’auto, lo piazzò davanti al cartello stesso e, togliendosi un pedalino, compì il capolavoro d’elisione partenopea trasformando d’amblé il paesano epiteto in: O’ Nano [e per inciso, di partenope infingarda s’eran convinti d’esser finiti tra le grinfie, mi confessò con sintassi improbabile, dopo aver attraversato i viottoli di Capodimonte, ma quella sul lago, e Ischia, sì, ma di Castro, che non è isola e che non fischia nemmeno se riesci a metter ‘l sale sulla coda agl’uccellini).
Quella foto, quella là d’O’Nano, circola ancora sull’internet, e vedrai che, mi ci gioco un occhio della tua testa o quanto più m’è caro, quello che narrò le inenarrabili imprese di Gionata Donato e compagnia bella avrà di certo preso spunto da quegli scatti truffaldini, stai a vedere, son mica nato ieri.
Che poi c’è da interrogarsi lungamente, e già m’immagino la tua fronte corrugata e quella pennellata d’interrogatività sugl’occhi tuoi da mantide, sul perché profondo della ro-ma-ni-tà di certi posti che invece, a pensarci bene, sono al contrario viterbesèrrimi, a partir da Fabrica, sì, ma di Roma, che poi è più vicina a Viterbo, che non a Roma, passando per Monte che tu t’aspetti Viterbese e che macché, invece è Romano, Monte Romano, e giù così fino ad Oriolo e Bassano, entrambi: Romano, per non parlar poi di Barbarano.
E Barbara? No, Barbara è viterbese proprio, da generazioni, mica c’è diventata così, un po’ alla volta, mica è avanzata per gradi, anzi per Gradoli.
Che poi io, a Gradoli, sai Cloros?, ho sentito due tipi farsi delle gran risate su una strampalata teoria delle fondazione di Bomarzo, “che poi quello non sapeva che fa e ha detto boh, m’arzo”, e quell’altro ha caricato a coppe, “e sai quand’è successo?”, “boh, a marzo!”, e che amarezza, nevvè? E sempre a Gradoli, poi, ho visto spiagge lacustri ed un'acqua di un blu eufemistico. Ho visto l’immancabile bar dello sport ed il circolo caccia e pesca, che ci saremmo divertiti un bel po’ a farci i biscazzieri. Ho sentito il profumo che ha l'olio di caninense, che somiglia al tuo balsamo, e il colore dei grappoli d’Aleatico maturo, che somiglia ai tuoi capelli. Sono stato chiamato "giovinò" in tre diverse intercalate dialettali, tutte riconducibili al modello fonico giùessù per le domande, sueggiù per le affermazioni. E poi, a Gradoli che poteva esser tranquillamente Montefiascone o Acquapendente, c’erano giovinotti ammassati su una panchina verde, ed altri con gli sportelli delle macchine aperti e musica rock ad alto volume, quasi sempre Vasco, quasi sempre Ligabue, che sembrano godere d’imperitura fama, Vasco e Ligabue, nei paesi, soprattutto in quelli dell’Alto Viterbese, dove se v’abitassimo, Cloros, sicuramente imparerei a strimpellare piccola stella senza cielo e poi finirei per dedicartela allo spettacolo di fine anno in parrocchia, Cloros delle mie pupille, “signorinè”, pronunciato con una sciabordata sueggiù.
Che poi forse tu non lo sai, Cloros, ma a Vetriolo, che è una frazione di Bagnoregio la città tufacea che muore – e non cadere nel tranello anche tu come il primo imberbe che passa pel fontanone, su, niente velenose frecciate su Vetriolo – il venerdì santo fanno una rievocazione della cristica passione. Non starti a tormentare le unghie laccate, Cloros cara, che non lo sapevo nemmeno io, e mai l’avrei appreso se non avessi visto una foto appesa a Tuscania, ma ecco, durante quella rievocazione a Vetriolo il Cristo, oltre a crocifiggerlo, sembra gli dian pure fuoco. Ma è solo un effetto ottico, forse, ché in quella foto, ecco, si vede solo fumo, fumo rosso, non una lingua di fiamma, e forse, stai a vedere, saranno le braci ch’ardono per qualche sagra festante.
Perché un’altra caratteristica dei paesi dell’Alto Viterbese, poi, è quella di far sagre sempre. E dàgli a scorrer fiumi di cannaiola, trebbiani possenti e sfacciati, musiche zumpezzumpe che ti viene un’allegria, durante le sagre, e certi giramenti di testa, sempre in quelle sere, che l’unico sostegno che trovi sono i muri in tufo, così caldi, così sbriciolabili, così maledettamente à la page.
Ed allora se esiste una correlazione, Cloros bella e molt’altre cose, tra la sbriciolosa predisposizione allo sberleffo della topografia Alto Viterbese e l’ironia galantuoma di chi, nell’Alto Viterbese, v’abita, la pietra angolare di tutto questo costrutto deve per forza di cose esser di tufo.
Che a contatto col tufo, mi sa, si diventa più gioviali, più sinceri, paonazzi sì ma pure spensierati, ed allora ti viene da esser cortese – una volta, a Caprarola che è molto tufacea, sempre quell’amico là di O’Nano mi raccontava che gl’han dato delle indicazioni declinando alla terza persona plurale, capisci Cloros?, non gl’han detto “andate” ma “vanno”, un po’ come fanno gl’ispagnoli quando danno dell’Ustedes, che poi significa Vostra Mercede che secondo me è una formula che ha una cortesia connaturata che ti vengon i lagrimoni agl’occhi, a sentirla espettorare –, ed allora, a contatto col tufo, s’è più cortesi ed anche la presunta blasfemia d’un Cristo messo al rogo si tramuta in braciolesca convivialità, qualcosa su cui rider su, senza starsi a fare troppi problemi.
Per il tufo passano mille e mill’altre cose, Cloros.
Abbracci uno sbriciolamento di tufo ed il santo patrono esaudisce ogni tua preghiera.
T’appoggi ad un muro di tufo e di fronte a te impazza la sagra.
Facci caso: hai mai visto una sagra in riva al mare, tu? Lontana dal tufo, dì, l’hai mai vista?
E non vale dire Il Padellone a Civitavecchia.
Che quella mica è una sagra, no, quello è un “festival gastronomico”.
08 maggio 2009
Quel che (mi) resta di Terracina
E così, con l’ambrato nettare nel bicchiere, brinderei ad ogn’istante che ha riempito un giovedì terracinese insolitamente afoso.
A cominciare dall’amante del mondo che, a Fossanova Priverno, seduto ad un tavolo del bar Locomotiva (bel nome, per un bar della stazione), lancia baci ai vagoni sferraglianti nell’agropontino.
Brinderei agl’attori lucani (no, non a quelli di Lugano) ed agli sbadati impiegati dell’anagrafe ignari dell’alto atto poetico ch’han fatto a mettere una “gei” al posto d’una “ipsilon”.
All’accendino che sono fortunosamente, date le attitudini dell’entourage, riuscito a riportare a casa, sano e salvo.
Alla Flacca che non è un’invenzione degli Jarabe de Palo e al Pescamontano che domina svettante.
A Pasolini, per come ha dipinto Vicolo Rappini e per quanto aveva ragione, pedalando, nell’esclamare “ma dove cazzo sta er mare?”.
Agli spaghetti con le vongole di Ernesta, al vino frettolosamente accaparrato, ai piccioni che si fanno Cupido e agl’insaccati dimenticati della Lucania.
Alla signora fornaia che resiste imperterrita a panificare a legna, al teatro romano che c’è ma non si vede, al Vicolo delle Belle e ai caffè al vetro. Alla fontanella di Piazza Santa Domitilla, svuotata, asciutta.
Alla platea accorsa per Massimo. A Massimo. Ad Apnea e al primo capitolo rubato (senza via di sCampi).
A Mr G che Eduardo lo ha interpretato proprio bene. Alla disarmantemente bravebell’attrice Rossella, che era Clo ed io non lo sapevo.
A Mastrilli, al brigantaggio tutto, al cinema ed al cazzuto Enrico.
E poi, concedetemelo, alle ghepàrdiche falcate con le quali ho attraversato tredici-dico-tredici binari per catapultarmi sul treno alle civitasvetuline lande diretto.
Atletico e scattante (sic) come quando ero ancora nella parte buona dei vénti.
Santé.