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04 luglio 2013

100 giorni

C'era in me, in quel tempo, la convinzione d'avere tra le mani tutto il necessario, che nulla mi mancasse, che ogni desiderio fosse a portata. Per quel che mi sembrava troppo ambizioso, ecco, per quello avevo imparato a sperimentare una serena rassegnazione zen. A diciott'anni? A diciott'anni.

Fino ad allora, il coordinato l'aveva fatta ridere - mi piaceva quando rideva, di mattina presto, gli occhi cisposi, le piaceva mi piacessero la sua tuta da ginnastica, le efelidi e gli occhiali appannati dell'ultima sigaretta prima della campanella. 
Quel giorno, un giorno di cattivi propositi, d'entusiasmo immotivato, d'adolescenza fluorescente, lo sgretolamento silenzioso della terza cifra le aveva come impresso un'accelerazione nell'istinto, trascinandola, nella fanghiglia brodosa di un'appendice di primavera, coi peschi in fiore e tutto, su quei sentieri in cui un labbro morso con troppa mellifluità, un ardore inatteso, ti lacera le vesti, lasciandoti scoprire nudo.
Pure le mutande, combinate?, m'aveva chiesto, una domanda che non si fa, non quando s'è come fratello e sorella, sorellina mia.
Mutande e calzini, di rimbalzo io.
Era solo la mia compagna di banco - va bene, le avevo scritto una canzone; va bene, avevo provato a baciarla su un treno notturno che sferragliava verso Parigi; va bene, ero roso di gelosia quando in un albergo della banlieu c'eravamo devastati di fumo e le cose avevano preso una piega che non m'aspettavo; va bene, il coordinato della Broke, pantaloni baggy e felpa e magliettina e cappello, quando li indossavo tutti insieme, la faceva ridere.
Ma quel giorno, dopo quella smorfia, al pranzo dei cento giorni, e dire che avevo deciso di ubriacarmi e mangiare come se non ci fosse un domani e fumare settecentomila sigarette e ballare un lento con la profe di storia dell'arte facendole venire le guance rosse per la vergogna, tanto ci saremmo divincolati stretti, ecco, dopo quella smorfia: me lo son mica più goduto, il pranzo dei cento giorni. Nella testa mi rimbalzavano soltanto lei, le sue efelidi, la tuta che aveva fatto spazio a un vestitino di lana, certi brutti pensieri, quella voglia di provare a vedere cos'è che succede, poi, se certe rassegnazioni zen provo a buttarmele alle spalle.

Tredici anni dopo, una sera, ieri sera, c'erano altre tre cifre che mi si sgretolavano sotto gli occhi.
Cento s'accorcia a novantanove: e poi saranno novantotto, settantacinque, quarantuno, ventidue, dodici, si sgretolerà ancora un angolo, si smusserà un'ulteriore cifra, tre, due, e poi sarà, Livia, sarai..
Vedi, Livia, se dovessi dirtelo c'è ancora in me, come tredici anni fa, quella convinzione d'avere tra le mani tutto il necessario, che nulla mi manchi, che ogni desiderio sia a portata. In quanto alle ambiziosità, per quelle ho imparato a non rassegnarmi mai, ch'è sbagliato, che non si fa, me l'ha insegnato lei, dovrei dirglielo un giorno di questi, e poi raccontarle di te.
Se c'è una cosa che m'ha insegnato, è che a volersi davvero scoprire immortali bisognerebbe sentircisi sempre, immortali.
E se scrivo e ho fatto te, dopotutto, non è stato che per provare a guadagnarmene almeno un pezzetto, di quell'immortalità.


06 aprile 2013

Ed è, né cangia stile

Leggere del dissenso che monta nel m5s, delle faglie che si spalancano, e poi una frase in particolare - "non siamo noi che ci stiamo dividendo, si stanno dividendo gli altri" - m'ha fatto tornare in mente quella volta in cui una ragazzétta con cui intrattenevo una relazione licenziosa quanto travagliata venne sotto casa mia a dirmi che così non poteva andare avanti, che proprio non ce n'era: le scenate di gelosia e i fiori e la turbolenza dei diciott'anni, guarda, anche no. Dopodiché me ne vado, m'aveva detto, t'accompagno al motorino, avevo proposto io, no tu ti fermi qua, m'aveva risposto piccata lei, perché se m'accompagni poi sembrerà sia io che fuggo da te, e invece sarebbe meglio che ci voltassimo le spalle qui e ora, all'unisono, parrà una decisione condivisa; e allora io m'ero voltato, servile fin all'ultimo respiro, e lei invece se n'era rimasta impalata, così era andata a finire che l'avevo piantata io, matupènsa.
Insomma è tutta una questione di punti di vista, ho pensato mentre leggevo del m5s, dividersi ha lo stesso suono onomatopeico di fesatura di cristallo, in tutte le lingue del mondo.
Ed è, né cangia stile.

29 giugno 2012

Madama Cloros ha una teoria definitely killer

Mi scrive da Lamèriche, Madama Cloros, una lettera profumosa di melone, tutta disegnini e frasi di glucosio, dice che ha deciso, è un periodo questo che vuole farsi chiamare DeeDee, come la Bridgewater, poi continua, dice che l'aria è calda a Nuova Iòrche e la clitoridéa Manhattan si sta abbandonando piano ai vellichii dell'estate, poi mi parla dei vestitini monospalla, ho una teoria, dice.
La teoria è più o meno questa: il monospalla è basic, il monospalla è economico. Continua. Il monospalla ti fa assaggiare, ma senza arrivare al dunque. Dunque, mi spiego, scrive: è come se offrendo la nudità di una, di spalla, lo sbucciamento parziale del deltoide, pisipigliassi hey, tu, sono raggiungibile, casomai. Ma allo stesso tempo, dice, schermisce e protegge, veste e copre, copre e veste.
Il monospalla, sentenzia lapidaria, è definitely killer: ammazza sempre e comunque. Perché la voglia non te la toglie, anzi te la vèllica (è un periodo questo che vuole usare il verbo vellicare, penso), e poi diciamocelo - chiude con una Frase Molto En Vogue Moltissimo Cristina Parodi - permette un ammicco facile e elegante.
Tu e le tue teorie, Madama Cloros, guarda, basta.

28 giugno 2012

Madama Cloros allega foto

Madama Cloros è zanzara e raganèlla, biscia dal cuore anfibio che lontana dalle pozze d'acqua, mi scrive, non ci sa stare proprio.
Per questo, mi scrive, con le stanghette delle èlle lunghe e sinuose come canne di giunco al vento, e le estremità leggermente arcuate, come uno sguardo di giudea, o di gatto persiano, lei e la sua combriccola se ne vanno alle piscine, si sdraiano sul prato irrigato appena e leggono, a voce alta. Cose mie, mi dice. (fatto che apprendo con ritrosia, incredulo e disilluso).
Si allega foto di concentrato femminino, capigliatura di medusa e libro spiluccato con dita di smalto acquamarina, un sorriso, forse una smorfia, potrebbe esser qualsiasi cosa, quellalà, un libro mio, come dice Cloros, oppure di Bulgakov, o di Keats, o d'Onetti, o di Vila-Matas o d'Haruki Murakami, che così fosse: Muràkami, e poi di baci saziami, Madama Cloros.

12 aprile 2012

Come in cielo

Ci sarebbe poi da dire che stamattina, come un gronco dalla bouillabasse, è riaffiorato il pensamento di quando qualche settimana fa, eravamo a Carpi a fare un reading delle sfòrbicie, subito dopo il reading una ragassétta mi si è fatta incontro e devo ringraziarti, m'ha detto, ci son rimasto così, io, devo ringraziarti, m'ha detto, perché mentre leggevi le ròbe me le hai fatte vedere, ha aggiunto, son di quelle frasi da Madame Cloros, e ci son rimasto così, e m'è capitato mica tante volte, ha poi continuato, sai pure chi?, Enia, allo spettacolo d'Enia, a Italia Brasile, anche lì le ho viste, le ròbe di cui lui parlava, e ci son rimasto così, io, grazie a te, le ho risposto, e basta, che magari non sta neppure bene, centellinare gli scambi, uno fa la figura del timido, che timido io poi, o dello sbruffoncello, che sbruffoncello io poi.

Ci sarebbe poi da dire che in questi giorni, a Roma, al Piccolo Eliseo, Davide Enia fa delle letture musicate di Così in terra, il suo ultimo romanzo, e niente, se potete non lasciatevelo sfuggire. Io per dire stasera ci vado, ci vado a sentirlo leggere a voce alta, con in tasca una preghiera tacita, fammi vedere le ròbe.

26 dicembre 2011

La crisi non c'entra (tre periodi, quello al centro lunghissimo e senza punti)

Se parliamo di madama Cloros la crisi non c'entra, musica ce ne siamo regalata sempre. 
Crederete mica perché costa poco (sempre a trarre facili conclusioni), al contrario santiddìo c'è tutto il trantràn della ricerca e del provare a tessere un discorso con parole d'altri, illuminare la facciata di riflesso con le luci di natale del vicino, contare solo sull'innegabile aiuto dei fiocchi di neve e delle storie sempiterne, di redenzione e lacrimuzze e morali fin troppo facili seppur storpie come tiny tim cratchit - ce l'avete presente tiny tim?, il canto di natale e le zoppettitùdini e non c'è punto di svolta in scrooge, se ci pensate a fondo, senza tiny tim (il più commovente di sempre, madama cloros lo sa, è il rospetto dei muppets) -; s'è vero che c'è una stagione giusta, giusta per cosa, poi?, beh s'è vero che quella stagione esiste è questa, falalà, la stagione più fredda che se poi capovolgi i tropici finisce per essere la più calda, e d'amblé risuonano i samba d'una nota sola, una soltanto, l'unica nota nota, quella di ella che mumbleggiava come nessun'altra e non sembra meraviglioso anche a voi potersi dir tutto senza dirsi nulla?, biduri budà tapitìa tapitem, il fascino del nonsènse - Cloros va pazza, per il nonsense - belli e sfrontati come siamo ma chi ci ferma?, neppure i vigili più stronzi - sapete, le dicevo -, quando andavamo ai concerti dei gruppi che le avevo fatto conoscere e l'abbracciavo da dietro, quando c'infilavamo nei negozi di dischi e nel bujo della sala d'ascolto ci scambiavamo l'amore dei baci imberbi, senza capirlo troppo, senza capacitarcene, l.o.v.e. is a mistery dopotutto ci consolavamo, e poi l'aspettavo fuori casa dei suoi con il motore acceso e le sentivo sbattere la porta e corrermi incontro, è arrivato il tuo uomo, le pisipigliavo, premere l'acceleratore e farci risucchiare dall'imbuto dell'amore era un tutt'uno, la psichedelia stridula nell'abitacolo, dal casello di Varese dritti nel suo letto, e come le dava noia se fumavo perché le spire le facevano gl'occhi rossi, io aspiravo e Miles Davis soffiava e ce n'era di che sollazzarsene tuttanòtte, poggiavamo le guance sullo stesso cuscino e all'improvviso eravamo una persona sola; ecco, una persona sola, non è cambiato molto vite dopo, e non è che si stia poi così male, mi sveglio e non trovo i suoi occhi perché alla fine della fiera i suoi occhi non volevano me, ma è semplice, basta farsene una ragione, niente più sigarette al mentolo e vedi come gira il mondo?, statti bene, Cloros mìa, libera, felice, da sola o in compagnia, fuori o dentro il tuo guscio di testuggine, goditi tutto l'amore che puoi, c'est un plaisir, e cerca di sorprenderti, promettimelo, come se il mondo ti si dischiudesse sotto gl'occhi ogni giorno. Chi-lo-sa, magari tra i gorgheggi di Brigitta Bardò ci ritrovi pure la suadenza d'un Elvis.
Se parliamo di madama Cloros la crisi non c'entra, sapete, musica ce ne siamo regalata sempre, e continueremo a regalarcene, caschilmòndo. 
     

11 marzo 2011

[elenini legge e son brividi] Le bugie hanno le gambe corte, ma vedeste che caviglie

Poi volevo dire che Elena Marinelli quando legge ad alta voce è étonnante, posso usare una parola franzése?, Madame Cloros apprezzerà: ed in questa interpretazia de le caviglie, elenini oh: spacca. Ma questo devo averlo già detto, perché è una ròba che succede a prescindere dalle caviglie.

[il monologo l'ho scritto tempo fa, Madame Cloros non l'ha mai messo in scena, gl'opìfici l'han pubblicato qua]

Elena, poi, suona pure l'armonica.
Anche se l'ho mica mai sentita.
Una blueslad, se si dice.

04 marzo 2011

Le bugie hanno le gambe corte, ma vedeste che caviglie

crederete mica non gl’abbia dato peso quando m’ha detto sai dove la cercava, Céline, la bellezza delle donne?: nelle caviglie. 
E poi niente: m'ha guardato le caviglie.
Ne ha afferrata una, dolcemente, con le dita a pinza. L'ha sollevata. Nelle caviglie, cercava la bellezza Céline, ha sussurrato. 
Su Opìfice, oggi, un monologo che solo Madame Cloros potrebbe mettere in scena.
Se solo Madame Cloros la smettesse di dir bugie.
Se solo non fosse una di quelle che ma Céline chi?: Dion? 

30 dicembre 2010

Sulla casualità d'un incontro (posticipato) tra le Finzioni e Just a Gigolo

E così poi c'è stato un giorno di fine dicembre in cui son stato tuttodì nella homepage di Finzioni con quella Lettera a Madame Cloros sulla casualità di un incontro con Thelonious Monk che era uscita su Prospektiva 47 un fracco di tempo fa, e che un giorno, a Firenze, ho pure letto nonostante la tosse, per dire (inizia dal minuto 12.35).

[ah. poi sul soleventiquattr'ore han detto che Finzioni son bravi, bravi da medaglia di bronzo. Le segretarie, invece, specie Margarita Ronco, quelle un po' meno]

09 ottobre 2010

cose che mi costringono a fare, inedite ed inaudite

Ora, io di ròbe strambe non me ne intendo, checché se ne dica, e fare scarabocchi sul mio primo libro, quello col pesce rosso in copertina e con la parola strondza nel titolo, ecco, farci scarabocchi nell'anticamera di un cesso, siriusli, era una ròba che non m'era mai successa, eppure m'han costretto a farla, a Terracina, ciao "firmare autografi in un cesso", mi tocca depennarti dalla liste delle cose inedite ed inaudite.

Pure tu sei strambo col punto esclamativo alla fine e Cortàzar non era quello che scriveva fantasy col punto interrogativo alla fine, ecco, eran frasi che non m'avevano mai carezzato le orecchie.

Le signorinelle, a me, non finiscono mai di stupirmi. Ed è una ròba grossa.

20 luglio 2010

Scrivere delle gran lettere

Caro Nikandr Andreevič,
ho ricevuto la tua lettera e ho capito subito che era tua. All’inizio avevo pensato che magari non fosse tua, ma quando l’ho aperta ho capito subito che era tua, mentre prima avevo pensato che magari non fosse tua. Sono contento che è già un po’ che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella con cui si voleva sposare, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Per questo sono molto contento che ti sei sposato, perché quando uno si sposa con quella che voleva, vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la tua lettera e ho pensato subito che era tua, poi ho pensato che sembrava che non fosse tua, l’ho aperta, ho guardato, era proprio tua. Hai fatto proprio bene a scrivermi. Prima non mi scrivevi, poi tutto d’un tratto mi hai scritto, anche se anche prima, prima di non scrivermi per un po’, tu m’avevi già scritto. Subito, appena ho ricevuto la tua lettera, ho deciso subito che era tua, e poi sono molto contento che ti sei già sposato. Perché se uno ha voglia di sposarsi, bisogna che si sposi e basta. Per questo sono molto contento che tu, alla fine, ti sei sposato proprio con quella con cui ti volevi sposare. E hai fatto proprio bene a scrivermi. Sono stato molto contento quando ho visto la tua lettera, e ho perfino pensato subito che era tua. A dir la verità, mentre l’aprivo, ho pensato che magari non fosse tua, ma poi ho deciso che era tua in ogni caso. Te ne ringrazio molto e sono molto contento per te. Tu, forse, non sai spiegarti perché sono così contento per te, te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei sposato, e proprio con quella con cui ti volevi sposare. E è proprio bene, sai, sposarsi proprio con quella con cui ci si vuole sposare, perché così si ottiene quello che si vuole. Ecco perché sono così contento per te. E sono contento anche che mi hai scritto una lettera. Fin da subito avevo deciso che la lettera doveva essere tua, l’ho presa in mano e ho pensato: e se per caso non è tua? Poi ho pensato: ma no, certo che è tua. Apro la lettera e intanto penso: è tua o non è tua? È tua o non è tua? Be’, come l’ho aperta, l’ho visto subito, che era tua. Sono stato molto contento e ho deciso di scriverti anch’io una lettera. Ho molte cose da raccontarti, ma non ho proprio tempo. Quello che ho potuto, te l’ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò un’altra volta, adesso non ho più tempo. Intanto, è un bene che mi hai scritto una lettera. Adesso so che è già un po’ che ti sei sposato. Anche dalle lettere precedenti, sapevo che ti eri sposato, e adesso lo vedo ancora: è proprio vero, ti sei sposato. E sono molto contento che ti sei sposato e che mi hai scritto una lettera. Subito, appena ho visto la tua lettera, ho deciso che ti eri sposato un’altra volta. Be’, ho pensato, è un bene, che ti sei sposato un’altra volta e che me l’hai scritto in una lettera. Scrivimi adesso com’è la tua nuova moglie e come sono andate le cose. Salutami la tua nuova moglie.
Daniil Charms
25 settembre e ottobre 1933

[m'è venuto pensato che in Russia, negl'anni trenta, e in Germania, negl'anni venti, ci si divertiva un mondo, a scrivere delle gran lettere, mica come oggi, che quando scrivi a Madame Cloros ti vengon solo certe micragne che férmati, e c'è mica troppo da divertirsi]

22 maggio 2010

Tranquilli: due più due non fa più quattro

In letteratura, per la verità, due più due non ha mai fatto quattro, lo diceva pure Flannery O'Connor, e c'era da crederle, a Flannery.

Altro slogan da sessantotto parigino, come ti sbagli.
E' un pezzo che non ci torno, all'ombra della Tour Eiffell. Non dal sessantotto, ma giù di lì.
Madame Cloros, lei sì che s'è messa su un aereo, sfidando il mal d'aria, ed è planata su Charles De Gaulle. La pista, non lo statista.
Statistiche: m'ha promesso, Madame Cloros, che mi scriverà una missiva dalla sbrilluccicante Lutezia, che me la scriverà "al novantacinque percento". Non c'è da crederle, a Madame Cloros, ché lei le scrive mica, le lettere. Le legge solo. Solo quelle che riceve. Solo quelle indirizzate a lei. Meglio ancora se non sono vergate a mano. E' che ci vuole troppo tempo ad interpretarle, dice Madame Cloros, mentre se fai un patchwork con dei ritagli di libri che ti sembrano scritti giustappunto per lei, ecco, quelle pagine là sì che le piacciono, a Madame Cloros.

Tomasz Kuciewski, me lo confidava ieri l'altro, passa certe nottate a preparare delle gran lettere per una certa Januszka. Ci siamo confrontati a lungo su questo aspetto dello spedir lettere, io a Madame Cloros, lui a Januszka: sembra che spiegare il mondo ogni volta dentro cinquanta righe lo facesse pure lui già nel settantanove, e con Ostinazione (che in polacco si dice Upòr, e piripìm, e parapàm), ed insomma niente, è sempre una serendipità rispecchiarsi nel Kuciewski, dopotutto.

Ha detto Kuciewski che certe volte "abbisogna fare pulizia".
Ieri l'ho preso alla lettera, corrispondenza ferné e poi: pulizia.
Ho gettato millemila utensilini inutili, ròbe da commercio equo e solidale.
Ho fatto una sorta di pulizia etnica.
M'han redarguito, da L'Aia.
[Un'altra Aia, invece, sembra mi conceda l'onore di conoscere Rizzoli, il direttore, ma non della casa editrice: di gara.]

Si diceva: ho fatto pulizia.
Ho gettato talmente tanta carta che per fabbricarla, quella carta là, credo abbiano sterminato mezzo stato del Parà, sudovest brasileiro.
[Quando ho scritto: ho gettato nella pattumiera un pezzo di Parà, non intendevo il paracadutista. Parapparà parapparà parapparà-ppà-ppà, lo dico giusto a favore dei tizi de L'Aia, sempre sul piede di guerra].
Carta canta, recita l'adagio, e a guardarla là, abbandonata in fondo alla pattumiera, m'è sembrato di sentirla vocalizzare davvero, quella carta, schiarire la voce ed intonare un fado, o forse no. Era triste e malinconica come certi suoni che riecheggiano tra le fronde della foresta amazzonica, quell'ammasso di cellulosa macchiata d'inchiostro (certuno meritevole, certun'altro no).

Pulizia. Linearità. Ordine.
Ultimamente ascolto (quasi) solo ed esclusivamente Dente, e sto leggendo un libro in cui si parla di cani, molto, e di denti, anche tanto, I cani là fuori, di Gianni Tetti.
Tetti, come quelli di Viterbo sui quali mi sono sentito Gavroche a sbevicchar neri d'avola mentre ascoltavo Dente raccontare la storiella del pomodoro di Fidenza.
Non mi permetto divagazioni, né nell'ascolto, né nella lettura.

Mi sta piacendo assai, il libro di Tetti.
Perché son storie sullo sfondo d'un'Isla Sarda ancestrale, à la Fois, e perché son cruente, ma d'una cruenza caritatevole, quasi.
Eppoi, perché se sommi gl'addendi d'ogni racconto, ecco, t'accorgi che due più due non fa mai quattro.

Come diceva Flannery O'Connor.
Come scrivevano sui muri della Sorbona nel sessantotto.
Come potrei leggere in calce ad una delle missive (rare) di Madame Cloros.
Se solo la spedisse, se solo.
Se solo la scrivesse, se solo.

16 aprile 2010

Lettera a Madame Cloros sul tufo e sull'ironia galantuoma dell'Alto Viterbese, e di chi v'abita

Vedi Cloros,


se c’è un’intuizione la cui fondatezza m’ostinerò a dimostrare di qui a quando ne avrò voglia è che esiste, deve per forza esistere, una qualche correlazione, un po’ come tra le tue scuse e i nostri caffè mai presi, tra la sbriciolosa predisposizione allo sberleffo della toponimia Alto Viterbese e l’ironia galantuoma di chi, nell’Alto Viterbese, v’abita.


Me lo faceva notare, e spesso accade così, che le cose vengano a cavallo dell’animosità schiumosa d’un abbirrazzamento, un tizio che mi raccontava di quando, nel bel mezzo d’una peregrinazione al sapore di cocomero e cosce arrossate dalle punture di zanzara, si trovò nei pressi d’Onano, patria della lenticchia e d’altre legùmiche prelibatezze. Fu davanti al cartello ch’indicava le porte del paese che costrinse un suo mozzo, tozzo, rozzo amico a scender dall’auto, lo piazzò davanti al cartello stesso e, togliendosi un pedalino, compì il capolavoro d’elisione partenopea trasformando d’amblé il paesano epiteto in: O’ Nano [e per inciso, di partenope infingarda s’eran convinti d’esser finiti tra le grinfie, mi confessò con sintassi improbabile, dopo aver attraversato i viottoli di Capodimonte, ma quella sul lago, e Ischia, sì, ma di Castro, che non è isola e che non fischia nemmeno se riesci a metter ‘l sale sulla coda agl’uccellini).

Quella foto, quella là d’O’Nano, circola ancora sull’internet, e vedrai che, mi ci gioco un occhio della tua testa o quanto più m’è caro, quello che narrò le inenarrabili imprese di Gionata Donato e compagnia bella avrà di certo preso spunto da quegli scatti truffaldini, stai a vedere, son mica nato ieri.


Che poi c’è da interrogarsi lungamente, e già m’immagino la tua fronte corrugata e quella pennellata d’interrogatività sugl’occhi tuoi da mantide, sul perché profondo della ro-ma-ni-tà di certi posti che invece, a pensarci bene, sono al contrario viterbesèrrimi, a partir da Fabrica, sì, ma di Roma, che poi è più vicina a Viterbo, che non a Roma, passando per Monte che tu t’aspetti Viterbese e che macché, invece è Romano, Monte Romano, e giù così fino ad Oriolo e Bassano, entrambi: Romano, per non parlar poi di Barbarano.

E Barbara? No, Barbara è viterbese proprio, da generazioni, mica c’è diventata così, un po’ alla volta, mica è avanzata per gradi, anzi per Gradoli.


Che poi io, a Gradoli, sai Cloros?, ho sentito due tipi farsi delle gran risate su una strampalata teoria delle fondazione di Bomarzo, “che poi quello non sapeva che fa e ha detto boh, m’arzo”, e quell’altro ha caricato a coppe, “e sai quand’è successo?”, “boh, a marzo!”, e che amarezza, nevvè? E sempre a Gradoli, poi, ho visto spiagge lacustri ed un'acqua di un blu eufemistico. Ho visto l’immancabile bar dello sport ed il circolo caccia e pesca, che ci saremmo divertiti un bel po’ a farci i biscazzieri. Ho sentito il profumo che ha l'olio di caninense, che somiglia al tuo balsamo, e il colore dei grappoli d’Aleatico maturo, che somiglia ai tuoi capelli. Sono stato chiamato "giovinò" in tre diverse intercalate dialettali, tutte riconducibili al modello fonico giùessù per le domande, sueggiù per le affermazioni. E poi, a Gradoli che poteva esser tranquillamente Montefiascone o Acquapendente, c’erano giovinotti ammassati su una panchina verde, ed altri con gli sportelli delle macchine aperti e musica rock ad alto volume, quasi sempre Vasco, quasi sempre Ligabue, che sembrano godere d’imperitura fama, Vasco e Ligabue, nei paesi, soprattutto in quelli dell’Alto Viterbese, dove se v’abitassimo, Cloros, sicuramente imparerei a strimpellare piccola stella senza cielo e poi finirei per dedicartela allo spettacolo di fine anno in parrocchia, Cloros delle mie pupille, “signorinè”, pronunciato con una sciabordata sueggiù.


Che poi forse tu non lo sai, Cloros, ma a Vetriolo, che è una frazione di Bagnoregio la città tufacea che muore – e non cadere nel tranello anche tu come il primo imberbe che passa pel fontanone, su, niente velenose frecciate su Vetriolo – il venerdì santo fanno una rievocazione della cristica passione. Non starti a tormentare le unghie laccate, Cloros cara, che non lo sapevo nemmeno io, e mai l’avrei appreso se non avessi visto una foto appesa a Tuscania, ma ecco, durante quella rievocazione a Vetriolo il Cristo, oltre a crocifiggerlo, sembra gli dian pure fuoco. Ma è solo un effetto ottico, forse, ché in quella foto, ecco, si vede solo fumo, fumo rosso, non una lingua di fiamma, e forse, stai a vedere, saranno le braci ch’ardono per qualche sagra festante.


Perché un’altra caratteristica dei paesi dell’Alto Viterbese, poi, è quella di far sagre sempre. E dàgli a scorrer fiumi di cannaiola, trebbiani possenti e sfacciati, musiche zumpezzumpe che ti viene un’allegria, durante le sagre, e certi giramenti di testa, sempre in quelle sere, che l’unico sostegno che trovi sono i muri in tufo, così caldi, così sbriciolabili, così maledettamente à la page.


Ed allora se esiste una correlazione, Cloros bella e molt’altre cose, tra la sbriciolosa predisposizione allo sberleffo della topografia Alto Viterbese e l’ironia galantuoma di chi, nell’Alto Viterbese, v’abita, la pietra angolare di tutto questo costrutto deve per forza di cose esser di tufo.

Che a contatto col tufo, mi sa, si diventa più gioviali, più sinceri, paonazzi sì ma pure spensierati, ed allora ti viene da esser cortese – una volta, a Caprarola che è molto tufacea, sempre quell’amico là di O’Nano mi raccontava che gl’han dato delle indicazioni declinando alla terza persona plurale, capisci Cloros?, non gl’han detto “andate” ma “vanno”, un po’ come fanno gl’ispagnoli quando danno dell’Ustedes, che poi significa Vostra Mercede che secondo me è una formula che ha una cortesia connaturata che ti vengon i lagrimoni agl’occhi, a sentirla espettorare –, ed allora, a contatto col tufo, s’è più cortesi ed anche la presunta blasfemia d’un Cristo messo al rogo si tramuta in braciolesca convivialità, qualcosa su cui rider su, senza starsi a fare troppi problemi.


Per il tufo passano mille e mill’altre cose, Cloros.

Abbracci uno sbriciolamento di tufo ed il santo patrono esaudisce ogni tua preghiera.

T’appoggi ad un muro di tufo e di fronte a te impazza la sagra.

Facci caso: hai mai visto una sagra in riva al mare, tu? Lontana dal tufo, dì, l’hai mai vista?

E non vale dire Il Padellone a Civitavecchia.

Che quella mica è una sagra, no, quello è un “festival gastronomico”.


08 maggio 2009

Quel che (mi) resta di Terracina

Avessi in cantina una bottiglia di Moscato Passito, magari della Cantina Sant’Andrea, non esiterei a farmi proselite del clan dello zibibbo di lerosiana memoria.
E così, con l’ambrato nettare nel bicchiere, brinderei ad ogn’istante che ha riempito un giovedì terracinese insolitamente afoso.
A cominciare dall’amante del mondo che, a Fossanova Priverno, seduto ad un tavolo del bar Locomotiva (bel nome, per un bar della stazione), lancia baci ai vagoni sferraglianti nell’agropontino.
Brinderei agl’attori lucani (no, non a quelli di Lugano) ed agli sbadati impiegati dell’anagrafe ignari dell’alto atto poetico ch’han fatto a mettere una “gei” al posto d’una “ipsilon”.
All’accendino che sono fortunosamente, date le attitudini dell’entourage, riuscito a riportare a casa, sano e salvo.
Alla Flacca che non è un’invenzione degli Jarabe de Palo e al Pescamontano che domina svettante.
A Pasolini, per come ha dipinto Vicolo Rappini e per quanto aveva ragione, pedalando, nell’esclamare “ma dove cazzo sta er mare?”.
Agli spaghetti con le vongole di Ernesta, al vino frettolosamente accaparrato, ai piccioni che si fanno Cupido e agl’insaccati dimenticati della Lucania.
Alla signora fornaia che resiste imperterrita a panificare a legna, al teatro romano che c’è ma non si vede, al Vicolo delle Belle e ai caffè al vetro. Alla fontanella di Piazza Santa Domitilla, svuotata, asciutta.
Alla platea accorsa per Massimo. A Massimo. Ad Apnea e al primo capitolo rubato (senza via di sCampi).
A Mr G che Eduardo lo ha interpretato proprio bene. Alla disarmantemente bravebell’attrice Rossella, che era Clo ed io non lo sapevo.
A Mastrilli, al brigantaggio tutto, al cinema ed al cazzuto Enrico.
E poi, concedetemelo, alle ghepàrdiche falcate con le quali ho attraversato tredici-dico-tredici binari per catapultarmi sul treno alle civitasvetuline lande diretto.
Atletico e scattante (sic) come quando ero ancora nella parte buona dei vénti.
Santé.