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08 marzo 2015

Nelle puntate precedenti

Il 20 Marzo sarò al Teatro del Lido di Ostia.
C'è che Terranullius mi ha invitato a partecipare alla loro rassegna, Il Territorio narrante, e io son molto felice di fare questo reading, accompagnato dai Parking Lots, che ho deciso di intitolare Mazzumaja (e di sottointitolare Autopsia della bella città d'incanto). La bella città d'incanto, savasandì, è Civitavecchia; inutile starvi qui a spiegare perché autopsia. 
Qua c'è una mezza anticipazione di quello che v'aspetta, se venite.

Per i tipi di Edizioni InContropiede è uscito questo libèllo, "Memorie dell'Europa calcistica", curato dal Mastrolilli di LdB: dentro ci son dei racconti sul pallone e l'Europa ai tempi dell'Erasmus, il mio parla di Belgio e scambi culturali. Non ricordo se il progetto al quale partecipavo, a quei tempi, fosse il Comenius o il Socrates, ma sarebbe bellissimo - e preveggente - se si fosse trattato del secondo.

Nel frattempo sono diventato vicedirettore de L'Ultimo Uomo, e sono molto orgoglioso di poter lavorare massivamente a un progetto così importante (sul quale, per dire, è uscita una delle ròbe di cui vado più fiero, il long-form su Suárez, ma che più in generale ospita i migliori articoli di calcio che vorrei leggere in giro per la internèz, e che fortunatamente son tutti su UU).
Peraltro il giorno in cui Daniele Manusia mi ha chiesto per la prima volta di collaborare con UU era il 21 Ottobre 2013, Daniele parlava e io ascoltavo e mia madre faceva cenno di tagliare la chiamata, che C. aveva appena rotto le acque e Livija stava per nascere, quando si dice il tempismo.
Credo sia un Momento Sentimento™ che valeva la pena di raccontare. 



28 dicembre 2014

Il ruggito del leone (vegetariano)

Il prossimo 7 Febbraio il Nuevo Estadio de Malabo, Guinea Equatoriale, sarà il palcoscenico della finale per il terzo posto della Coppa d'Africa per Nazioni.
Il giorno successivo ci sarà la finalissima, i fuochi d'artificio, i tamburi e i vestimenti tipici, e già dal lunedì riprenderà quel tran-tran fatto di allenamenti, competizioni nazionali, coppe per squadre di club.

Il 13 Febbraio, al Nuevo Estadio de Malabo, in una gara valida per i turni preliminari della CAF Confederation Cup, una specie di Europa League ma africana, scenderanno in campo i terzi classificati del campionato nigeriano 2014, i Dolphins, e i vincitori della coppa nazionale equatoguineana, tutt'un gran giro di parole per arrivare a dire che questi ultimi si chiamano Vegetarianos CF, e no, non è uno scherzo, anche se potrebbe sembrarlo, ancor di più dato che l'esatta denominazione è Leones Vegetarianos CF; un po' una contraddizione in termini, c'è da dire.



I Vegetarianos sono stati fondati da uno spagnolo di Granada, Juan Manuel Rojas, nel 2001. Rojas, un sessantenne dall'aria asciutta, faceva il controllore di volo e aveva la passione del balompié e del vegetarianesimo. Voleva diventare allenatore, ha frequentato il corso insieme a Vicente Del Bosque, ma non voleva farlo a livello professionale. Nel 1997 con i fondi della sua associazione, la Fundación Vegetariana P.R.P. (Pozo Rojas Padilla, dal nome dei tre soci), ha acquistato dei terreni in India, fondato una scuola calcio con l'intento di fare di un gruppo di vegetariani indiani la new generation del football del subcontinente (qua una foto in cui portano tutti una palla incollata sulla testa), anche se  non è stato facile difendere le sue proprietà dagli interessi di investitori edili e istituzioni governative indiane. Nel 2006 ha inscenato uno sciopero della fame nella città sacra di Pushkar, dove tutti sono vegetariani e l'assunzione di alcol è proibita, per ottenere una risposta, un'autorizzazione, che però non è mai arrivata. Neppure sventolare il faccione di Del Bosque come vessillo ha funzionato.

Per questo Rojas ha deciso di provare a coronare il suo progetto in Guinea Equatoriale. 
Ai giovani equatoguineani, per fare ingresso nelle file del club, viene chiesta vocazione spirito di sacrificio e obbedienza. Immagino anche che debbano abbracciare il vegetarianesimo. In cambio si promettono "tecniche nuove e sconosciute agli attuali allenatori". 

A quanto pare oggi la P.R.P. ha spostato baracca e burattini in Argentina.
Sembra molto invecchiato, da qualche parte ho letto che è malato di Parkinson.
Però è ancora pieno di livore e amarezza per come sia andata a finire in India.
E quindi ruggisce, come un leone. 
Vegetariano, s'intende.


25 novembre 2014

@ PLPL

Riflettevo sul fatto che a Più Libri Più Liberi, poi, non sono mai intervenuto. Ci sono andato quasi tutti gli anni, da visitatore, per incontri di lavoro o semplici revivalz, ma intervenire: ecco, intervenire mai.
Cerco di mettermi in paro quest'anno con due-dico-due-ebbene-due appuntamenti, uno il 5 e l'altro l'8 Dicembre.
Se ci fosse un terzo incontro pubblico con mia moglie e Livija potrei ben dire che a PLPL avrei coperto tutti gli amori della mia vita.

Il 5, con Daniele Manusia, facciamo questa ròba qua (sì, parliamo ancora di Sforbiciate):











L'8, invece, e per questo devo ringraziare i ragàssi di SUR, sarò la C dell'ABC della letteratura latinoameicana (e la A è Matteo Nucci, e la B è Nicola Lagioia):

12 novembre 2014

From Grugliasco to Baires, with love

Diciamo che sarà una metà-di-novembre decisamente movimentata.
 
Sabato prossimo sarò nella banlieu torinese, a Grugliasco, al Casseta Popular, insieme a un tot di gente figa a parlare delle ròbe di pallone e cuori e inconfessabilità. Il festival si chiama Il cuore dentro alle scarpe, ha un programma abbastanza imperdibile e niente, Torino, Milano, Brianza, Savoia, se vi va possiam darci delle sonore pacche sulle spalle in quel di Grugliasco, sabato sera.
 
Martedì, invece, sarò a Casa Argentina per REP, il rap, quelle ròbe che ci siam già detti.
 
Ho aggiornato la lista degli appuntamenti prossimi, mi sento già meno in colpa.
(E anche quella delle ultime uscite in libreria)



01 ottobre 2014

A perfetto compimento

A perfetto compimento di una settimana come quella passata, così squisitamente fontanarrosiana (venerdì sono stato ospite di Zona Cesarini su Rai Radio1: abbiamo parlato del Negro, de L'Area 18 prossimamente in uscita per 66thand2nd - la prima traduzione italiana di Fontanarrosa; qua c'è il podcast, dal minuto 14 in poi) (sabato, invece, Gianni Riotta ha recensito sempre L'Area 18 su Tuttolibri, il supplemento de La Stampa, citando larghi stralci di due miei pezzi apparsi tempo fa sulla internèz, uno su Rivista Studio e l'altro sul blog di SUR), dicevo, a perfetto compimento di una settimana come quella appena trascorsa c'è che Francesca e Luciano mi hanno regalato una maglia del Rosario Central. 
Canalla locura que no tiene cura.
Ed io, se non sono l'uomo più felice della terra, sono qualcosa che ci si avvicina tantissimo.



(poi domani vi racconto invece di un'altra cosa ENORME)

11 giugno 2014

Ode a Totti (un'ode a Totti, in ispagnuòlo)

Se mal non ho inteso ieri dovrebbe essere uscita (o forse esce oggi, o chi-lo-sa, sicuramente prima del 17 perché c'è tipo una presentazione) questa raccolta di poesie calcistiche edita da Cartonerita NiñaBonita che si intitola Brazuca. Dentro ci stanno poeti argentini, uruguagi, ispagnuoli e un italiano: io.
Non mi ricordo com'è che sono andato a pubblicare una poesia con questa editorial cartonera, dev'essere una storia in cui c'entra la poetessa bonaerense Julia Trillo, Eloisa Cartonera, un mio racconto di Sforbiciate letto nel quartiere de La Boca per la Copa de Oro de la Poesia de Fùlbo, davvero, non mi ricordo.
Resta il fatto che pubblicare (in) un libro cartonero era uno dei miei sogni più reconditi, ora posso depennarlo dalla lista, e niente: siccome difficilmente passerete dalle parti del chioschetto di Eloisa in Avenida Corrientes a Buenos Aires o nella libreria di Saragozza in calle del horno, io quella poesia la metto qua di seguito, perché come dice David Giménez Alonso, l'editore, le poesie sono di tutti. Sono tue, certo, però sono di tutti.



Ode a Totti

Veinte años
de guerras
(En Italia la historia se hace di venti in venti,
tutti: Mussolini, Berlusconi, Totti)
y seguís
siendo Bimbo de Oro.
Cada gol un chupete
(¡Duplete! ¡Triplete!)
Un capità-no. 
C’è solo
un capità-no.
Zagueros cometobillo
impotentes
en frente
a tus jugadas de bomba y platillo
(¡venga! ¡penaltipanénka!)
Todopoderoso, pantocrator
barrilete de Porta Metronia
(entre cómico y cósmico)
¿De qué planeta viniste? 
Caput Mundi, contesta. 

Emblema eterno, cara de remera
Coliseo con músculos y botines.
Una cosa es ser de Roma, otra es ser Roma.

Si las hormigas se comerán a Roma, como está escrito,
hasta el último pedazo, 
un día desaparecerá incluso
tu número Diez.
Y eso es lo que tan solo me molesta: 
que mi hija no vaya a conocerte
si no por boca de los padres
como cuento mítico, 
Jasón de noantri
que nunca
se hizo
argonauta.


22 aprile 2014

Cose che succedono, che son successe, et cètera

Venerdì è 25 Aprile, in realtà dovrebbe essere 25 Aprile sempre, si dice ognivvòlta così, e puntuali nojaltri - c'è l'Anpi e ci sono i Giddì Civvù - facciamo le ròbe di leggere e ciarlare i libri sulla Resistenza. Quest'anno è il turno di In Territorio Nemico, il romanzo SIC, trovi tutte le informazioni sui socialcòsi e sulla internèz.

[venerdì succede pure che esce il numero 60 di IL, il magazine del Sole24Ore, all'interno ci sarà molto pallone e molto Ultimo Uomo, cose di proudness] 

Nei giorni scorsi, c'è chi è risorto - as usual - e chi se n'è andato pessèmpre: Gabo. Per lui ho scritto un sentimentalcoccodrìllo su Barabba (che ultimamente è un po' un blog di morti).

Sul blog di SUR è uscita questa traduzione, a quattro mani con Cintia Scianna - e superbamente illustrata, al solito, da Maximiliano Chimuris - di Fontanarrosa, un suo intervento al III Congresso della Lingua di Rosario, 2004, sul perché sono acce le parolacce.

Infine, su Fùtbologia ho provato a tracciare un parallelo tra Mikey Wilson, il personaggio di Voglio la testa di Ryan Giggs di Rodge Glass, e Daniele Rossi, uno dei protagonisti del documentario Zero a Zero di Paolo Geremei. Sono convinto che le loro storie abbiano molto a che vedere con come si gestisce il livore.

Ho appena finito di leggere Anch'io sono scrittura di Octavio Paz. E mi son fatto crescere la barba.
(i due eventi potrebbero non essere collegati)

20 febbraio 2014

L'ultima partita di calcio [Robe che sto leggendo #1]

Non c'è score né rettangoli di gioco né partite. Gli stadi sono già rovine che cascano a pezzi. Oggi passa tutto per la televisione e per la radio. La falsa eccitazione dei cronisti, non ha mai avuto il sospetto che siano tutte cazzate? L'ultima partita di calcio si è giocata nella capitale il giorno 24 Giugno del '37. Da quel momento preciso, il calcio - così come tutta la vasta gamma degli sport - è un genere drammatico, a carico di un uomo solo, in una cabina, o di attori in magliettina davanti al cameraman.

[Esse est percipi, in Crònicas de Bustos Domecq, di Borges & Bioy Casares, traduzione mia.] 


14 dicembre 2013

somewhere over da internèz (breve riassunto delle puntate precedenti)

somewhere over (e outta) da internèz son successe ròbe, in quest'ultimi periodi, ròbe tante e ròbe belle.

Ho preso a scrivere con una certa frequenza (e un certo friccicore piacevole) su L'Ultimo Uomo, fatto che di per sé m'inorgoglisce non poco, contribuendo a certe guide ufficiose a-più-mani (tipo quella sul Pallone d'Oro, o quella recentissima sui Mondiali). Nel mezzo un pezzo su Alessandro motorino Florenzi, che è andato a rimbalzare financo sulle pagine de Il Post e che m'ha fruttato una comparsata radio - REMINDER! stasera intorno alle 19 - ripeto - stasera intorno alle 19 - su Super Santos, Rete Sport.

Poi son salito sui Castelli Romani per parlare - encore une fois - di Sforbiciate, fatto che di per sé potrebbe apparire ridondante e svalutato, se non fosse che quella sera c'era pure Francesco Repice - ripeto - Francesco Repice. Una foto a testimonianza: fate ciao con la manina a The Voice, sulla sinistra. Fate ciao con la manina al mio majoncino crismassissimo, sulla destra.

Jeri, infine, sul sito dei vicolicànneri è uscito questo racconto che parla di gelosie, facchini e ròbe verdi. Si chiama Otello, Mondello (Holiday in). Secondo me il titolo fa ridere. Il racconto meno. (se ve lo siete perso, sullo stesso sito è uscito qualche tempo fa un racconto *bel-lèr-ri-mo* di elenini).

Quasi dimenticavo: il 5 dicembre, in un giorno solo, nel barrio madrilègno di lavapié i Jingle Django hanno registrato il loro primo disco. Lo ascolti qua, tuttattaccàto. Io ai JD voglio moltobènàssai, perché il clarino del gruppo è simonerossi. 

28 ottobre 2013

Il rumore che fanno le cose che escono

è un rumore di scivolamento, di scioglievolezza liquida, di sollievo - come le parole che serbi troppo a lungo, come l'haggis quando ne incidi la membrana esterna.
Le cose che escono, a volte, sono cose che hai tenuto dentro molto a lungo, covato, curato, cullato: uscire è il loro fine ultimo e più alto, come l'eiaculazione, la defecazione, il parto.

Venerdì 18 è uscito questo pezzo, su Rivista Studio, sul Clàsico tra Rosario Central e Newell's Old Boys, la stracittadina di Rosario che non si giocava da tre anni (io tifavo per il Central)(poi è finita che il Central ha vinto 2-1)(e che l'account ufficiale di twitter dei canallas abbia retweettato il pezzo, a un'ora dall'inizio del match, subito prima della formazione ufficiale). 

Lo stesso giorno, sul bollettino libri dell'Ansa, Federico Pucci ha scritto un bell'articolo su Cronache Vere, dove a un certo punto compare questa frase, in inciso dentro un mio virgolettato: spiega lo scrittore all'ANSA. 
Ciao mamma, ho spiegato delle cose all'Ansa.

Esattamente un venerdì dopo, invece, su L'Ultimo Uomo, è uscita questa lunga ricostruzione del calcio negli Usa degli anni '70, quando lo chiamavano (ancora) soccer; è un po' la storia dei NY Cosmos, un po' di Pelè, un po' di Jim Guercio e un po' dei Caribous of Colorado, (qua mi sono beccato il RT di Alessandro Noselli, centravanti in chief dei Cosmos).

(sono molto felice d'essere andato a finire sulle pagine de L'Ultimo Uomo e Studio, due dei luoghi nei quali vado a colpo sicuro se voglio leggere le ròbe di calcio scritte ammodìno)

Nel mezzo è capitato che sia nata Livia, mia figlia, e se lo dico qua è solo per amor di litote. 
Oggi sera, a una settimana esatta da quel rumore di scivolamento, di scioglievolezza liquida, di sollievo che fanno le cose che escono, che ha fatto Livia quando è uscita, sarò a Roma, a Sanlòllo, alla Libreria Giufà, a parlare di Cronache Vere con i ragazzi del Vicolo; e già lo so che uscire di casa, chiudermi la porta alle spalle, avrà un rumore come di cose che escono, ma più gonfio di nostalgia, di già.


18 ottobre 2013

Su Rivista Studio, oggi

c'è questo pezzo sul Clàsico Rosarino, la disfida stracittadina di Rosario che mette l'una di fronte all'altra non solo due squadre, il Newell's Old Boys e il Rosario Central, ma anche e soprattutto due stili di vita, due modi di essere: Leproso, o Canalla.
(parlo pure di altre amenità, di Diego Armando Maradona e Messi, di Bielsa e di Fontanarrosa)

26 agosto 2013

Franz Calì e il gastronomo

L'Archivio Flavio Beninati si propone di conglomerare un’insieme di biografie di stampo enciclopedico, raccolte dalle fonti più svariate, internet inclusa, attorno a ciascuna delle quali si aggiungeranno, nel tempo, degli approfondimenti critici, giornalistici, storici sia sottoforma di scritti che di video ed audio registrazioni, prodotti da studiosi o testimoni.

Di corredo alla biografia di Francesco Calì detto Franz, l'Archivio ha scelto di pubblicare "Ci vuole smalto", una sfòrbicia già uscita su Scrittori Precari - con un'illustràzia di Maximiliano Chimuris, vieppiù.

[la mia nota biografica, poi, sul sito dell'Archivio, poi, mi riporta come scrittore, traduttore e gastronomo italiano, sic].

Son cose. 

13 agosto 2013

Coglione! (una stratorecènzia, all'improvviso)

Ho tenuto in salamoia il libro di Fabrizio Gabrielli, “Sforbiciate” per troppo tempo. Non conoscevo Gabrielli, la quarta di copertina non mi diceva quello che avrei trovato dentro, il titolo mi faceva pensare ad un libricino per palati impastati. Coglione!, questo mi sono esclamato dopo le prime tre righe.

Su Letteratura Sportiva Jvan Sica ha recensito le sfòrbicie.
Prendendosi per un coglione.

09 luglio 2013

Dice que en Barranquilla se baila así, seh!

Su Fùtbologia, oggi, è uscito questo mio racconto che s'intitola Dice che a Barranquilla si balla così.
C'è un pezzo in cui fa

vederlo giocare in transalpe era come gustare una bandeja paisà in un ristorante colombiano di Vigevano: sembrava sempre mancasse una soldo per fare una lira, come si dice.
Si parla di Carlos el pibe Valderrama.
Nelle foto di corredo ci sono molti capelli a fusillo e una panoramica sull'orrida e a un tempo meravijosa maglia in jersey degli Usa ai mondiali mmericàni.

01 maggio 2013

Come ippopotami rapiti alla savana (di quando l'Argentinos Jrs si chiamava Martiri de Chicago)


A Patrasso c’è una squadra di calcio, si chiama Panachaiki, ha le maglie rossoenere, l’hanno fondata gli anarchici. Anarcocristiani, anarcocomunisti, anarcovattelapesca, importa poco. Gli anarchici. Gente che non gli andavano bene le cose così com’erano. Gente che come gli ippopotami rapiti alla savana, a farsi rinchiudere in una gabbia, a mangiare il pastone dell’ingiustizia, ci stava mica. Gente che né Dio, né padroni, né schiavi, né servi.
Sai pure qual altra, di squadra?
L’Argentinos Juniors. La prima squadra di Maradona. Di Riquelme. Di Redondo. Sì, quelli. Quelli del quartiere La Paternale. Pure quella: gl’anarchici.
Dovete sapere che nei primi anni del Novecento, quando han messo su baracca e burattini e le mamme dei giovanotti hanno cucito la prima banda bianca trasversale sulle maglie rosse di cotone pesante, in quegli anni là la squadra si chiamava “Martiri di Chicago”.
Chi erano i martiri di Chicago?
Primo maggio, è il primo maggio del milleottocentottantasei. Chicago. Stati Uniti.
Il primo maggio del millottocentottantasei a Chicago i sindacati decidono che i tempi sono maturi per scendere in piazza e battersi e sventolare le proprie rivendicazioni: la giornata lavorativa non può più essere più lunga di otto ore. Sfilano in cinquecentomila. Son tante persone, cinquecentomila. I signorotti dell’industria, i padroni, come reagiscono? Male, reagiscono. Il giorno successivo chiudono le fabbriche, fanno una serrata: anche i padroni delle fabbriche possono fare sciopero, sventolare le proprie rivendicazioni, scendere in piazza magari no, se ne restano negl’uffici rilucenti, sorseggiando bourbon. Lo sciopero delle industrie, quando non lo fanno i lavoratori ma i padroni, si chiama serrata.
Il giorno successivo ancora, siamo al tre maggio: stavolta sono i lavoratori che vogliono tornare a fare sciopero. Non tutti, però. Qualcuno sì. Qualcun altro no. E quelli che no: entrano sfondando i picchetti dei colleghi. Si fanno coraggio e abbassano la testa e timbrano il cartellino e si spaccano il culo per il padrone ingrato. E quando finisce la giornata lavorativa, e suona la campana di fine turno, e quelli che son voluti entrare per forza si avvicinano ai cancelli per guadagnare l’uscita, ecco, in quel momento scoppia il putiferio. Ci scappa il morto, pure. E subito a dirsi: non può essere che ci scappa un morto, durante una serrata, durante uno sciopero per giunta dei padroni, che qua gli scioperi li facciamo solo noi, e per la giustizia, mica per morire. Domani ci riuniamo a Haymarket e gli facciam vedere noi, di che pasta siamo fatti. Il quattro maggio, il quattro maggio millottocentottantasei Haymarket è l’epicentro della rivolta, dell’insurrezione, degli ora basta. 
La polizia carica per sgomberare i manifestanti. 
Qualcuno getta una bombacarta. 
Un provocatore. 
Un insurrezionalista. 
Una. 
Bomba. 
I poliziotti lì van fuori di cranio. Non ci si capisce più una sbercia. Sparano alla cieca. Chi cazz’è stato a lanciare la bomba? Otto poliziotti perdono la vita, quasi tutti uccisi dal fuoco amico, si dice così, quando il proiettile parte dalla canna dell’arma di un commilitone tuo: fuoco amico. Come se il fuoco possa essere amico o nemico: il fuoco brucia. Il fuoco fa male. Sempre. Muoiono otto poliziotti e bisogna cercare un colpevole. Un capro espiatorio. Gli anarchici. Questi nullafacenti perdigiorno che Dio no, i padroni no, gli schiavi no, ma i morti sì, i morti con le bombe e le fucilate sì. Ne arrestano otto. Ogni poliziotto morto un anarchico, ogni anarchico un’ora di lavoro per la quale lottare. 
Il numero otto, a guardarlo bene, ricorda il simbolo del loop, se lo sdrai su un fianco.

Certe cose tornano e ritornano ancora. 
Lo sfruttamento. La ribellione. 
A guardarci bene, c’è sempre qualcosa per cui combattere. Per cui buttarsi sull’asfalto e lottare.