03 settembre 2008

Una stanza viola, i Doors e due bei romanzi tnx 2 Bookcrossing

Un mese fa preciso preciso me ne stavo a trascorrere un pomeriggio di spensieratezza a bordo piscina di Villa Moorings in quel di Barga, a sgombrare la mente prima della presentazione dell'IWPR prevista per la sera stessa.
La mia camera, con un ampio balcone affrescato ed una vista incantevole, era al primo piano.
Lì, invece, a bordo piscina, c'era La Camera Viola.
La Camera Viola è il romanzo di Mauro Casiraghi. Cosa ci facesse là, abbandonata, non è un mistero. D'altronde, in quei giorni era nel vivo un pantagruelico bookcrossing coi libri del Premio Carver 2008, e trovare volumi ovunque era la prassi.
Poche ore dopo mi sarei imbattuto in Amami (Love me two times) di Placido Di Stefano su un tavolo dello Scacciaguai, mentre si sorseggiava un aperitivo e le immagini della cucina in fermento venivano grandefratellicamente proiettate dritte in sala su un fichettissimo plasma.

La Camera Viola e Amami (Lm2T) li ho letti tutti d'un fiato.
Il romanzo di Casiraghi m'ha colpito per la sua pulizia. Chiarezza e lucidità scrittoriale, certo, ma anche per gli spaccati solari della campagna alle porte di Roma, per la limpidezza dei rapporti tra i personaggi, per il tutt'altro che scontato eppure prevedibile (meglio, lineare) susseguirsi degli eventi. Alla ricerca di un'immagine che la perdita di memoria ha cancellato, il protagonista vorresti che arrivasse alle conclusioni alle quali poi giunge, vorresti che partisse, vorresti vederlo guidare per la Cassia, vorresti vederlo approdare ad un porto sicuro. Tutto quello che vorresti lui facesse, beh, lo fa.
E la sensazione (d'appagamento) che ho provato è stata come dopo aver visto un film di martedì sera al cinema in una sala semideserta. La sensazione di aver assistito ad una bella storia che non ha avuto bisogno di alcuna pirotecnica esibizione di roboanti coups-de-theatre. La Camera Viola, oltre che viola, è pulita.

Lo stesso non si può dire di Amami. Amami è sporco. Sudicio. Parla di una Milano schifosa, grigia, per niente attrattiva, pericolosa, putrida. E lo fa con un linguaggio altrettanto nervoso, schizofrenico alle volte, cattivo, disperato e spregiudicato.
Amami è una macchia, una sinapsi impazzita. Amami è tutto quello che vorresti il protagonista non vivesse, ed invece è costretto a provare sulla sua pelle.
In Amami, così come ne La Stanza Viola, c'è un viaggio a ritroso, ed uno verso l'ignoto.
Rimanendo nella metafora cinematografica, Amami è lo splatter psicoinquietante che torna a renderti la notte inquieta.

La Camera Viola ed Amami sono finalisti, entrambi, al Premio Carver 2008.
Non vorrei essere nei panni di chi dovrà decretare un vincitore.
Dovesse essere ristretta a loro due, la battaglia finale, sarebbe una gran bella battaglia.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

sarà una bella battaglia veramente. I due libri sono agli estremi ma per bravura meriterebbero entrambi un premio. Io comunque preferisco quello di Casiraghi

Fabrizio ha detto...

è vero, concordo sul fatto che meriterebbero entrambi.
Io, al contrario, a pelle, quello di Di Stefano.
Visto? Due commenti, due preferenze diverse.