21 ottobre 2014

Puoi mica saperlo, da un ventun ottobre all'altro

Puoi mica saperlo, tu, che il mondo per imploderti sotto le scarpe non ha bisogno di una data che finisca per 99. Uno scatto di lancetta e l'universo per come hai imparato a conoscerlo svanisce, è fin troppo semplice e può succedere (spesso succede) quando gli pare a lui, non serve l'epica, non serve l'epocalità: per esempio, alle 17.14 di un giorno d'Ottobre, il 21, in cui fa caldo, troppo caldo per essere Ottobre, e per essere il 21.
Certo, da qualche giorno avevi come l'impressione che tutto intorno stesse per cederti, il fiume per rompere gli argini ed esondare per riversartisi addosso. Te lo avevano detto, ma per sentito dire si manda la gente in galera, che c'entra. E ci sono le attese disattese, i conti alla rovescia rovesciati, e adesso?, non ancora, sì ma adesso?, no stellina, ci vuole il tempo che ci vuole. Puoi mica saperlo che passerai notti a non dormire in hotel vicini nella speranza (la paura?) che accada e accada presto, hai messo in preallarme ognuno che conosci tranne te stesso, perché conoscerlo, il te stesso che stai per conoscere, lo conosci mica, ancora. 
E poi sono le 17.14, un'ora prima hai indossato un camice e delle babucce, una mascherina e una faccia tesa come se rientrasse pure quella, nel kit. Hai visto lo strazio che è un segnale della fine del mondo, la tenacia dirompente della leonessa che digrigna i denti nell'ultimo gesto prima della docilità, e hai sentito quel suono che è stato un acuto di quelli che rompono i bicchieri di cristallo: ciao prima, facciamo che raccogli i cristalli e ti prepari a stringere la mano a un qualcosa che è già dopo
Puoi mica saperlo che in un faccino possano convivere l'espressione di tua nonna quando preparava le lasagne la domenica mattina, concentrata ai limiti del risentimento; gli occhi di tua moglie quando prima d'essere la tua fidanzata era la ragazza che stavi per baciare su uno scoglio di novembre; tua madre in una foto con una piega nel centro che corre in bicicletta, e poi l'immagine che hai di te ogni mattina, quando ti guardi allo specchio.
Puoi mica saperlo che cambiare un pannolino non è complicato, stringi le caviglie a tenaglia e solleva il bacino, sfila appallottola distendi richiudi, che sia indetta la distruzione delle istruzioni non dette.
Puoi mica saperlo che una linea di febbre è la breaking new di un nuovo conflitto mondiale: l'apprensione ti stringe lo stomaco e ti fa fare di malavoglia quel che sei costretto a fare, o non fare (sempre a malavoglia) quel viaggio che avevi proprio desiderio (necessità?) di ritagliarti; una linea di febbre, e adesso?, ancora, e adesso?, stellina, ci vuole il tempo che ci vuole.
Puoi mica saperlo che quando spunta un dente, scatti una fotografia di piedini sull'erba di Central Park, ascolti la risata del divertimento che non ha bisogno di nulla dalla stanza accanto, metti una canzone a suonare fortissima e ballate insieme, oppure sotto la doccia con la manina ti insapona un ginocchio, ti stai preparando a non esser pronto al distacco. Mai più. Puoi mica saperlo che sei fregato. Quando ti scivola dalle braccia verso altre braccia, e mette il broncetto e scoppia a piangere e tu devi proprio scappare, il cuore ha come uno sfrigolìo di frigorifero vecchio, prima che si rompa. 
Puoi mica saperlo, da un ventuno ottobre all'altro, cosa può succedere.
Avrai l'impressione di essere l'unico ad aver scoperto che di un amore così vero, un amore così raro, si può morire. Non è vero, ma è una convinzione tua. E tanto ti basta.   

Auguri Livia, luce dei miei occhi.

02 ottobre 2014

una cosa ENORME (Queremos tanto a Julio)



Queremos tanto a Julio è la maniera in cui Casa Argentina, l'ufficio culturale dell'Ambasciata argentina a Roma, e Edizioni SUR celebreranno il centenario della nascita del Cronopio Mayor: otto incontri, il primo è stato lunedì scorso, alcuni più istituzionali, altri decisamente più cronopi, per raccontare quant'è che vogliamo bene, appunto, a Julio.

Ecco: la cosa ENORME, che solo a pensarci sono tutto un frìccico d'emozione e orgoglio, è che il 18 Novembre ci sarò pure io.
L'incontro si chiama Da REP al rap: JC in musica e a fumetti.
Non so se a lusingarmi di più sia il fatto che dividerò il palco con Luca Raffaelli, oppure sapere che in buona sostanza la ragione per cui sarò là è Rapyuela.
Sì, certo, come sarebbe a dire, ovvio che cercheremo di suonarla live con diggèi Pruno ai dischi rotanti.
Però adesso chiedimi se sono felice.

01 ottobre 2014

A perfetto compimento

A perfetto compimento di una settimana come quella passata, così squisitamente fontanarrosiana (venerdì sono stato ospite di Zona Cesarini su Rai Radio1: abbiamo parlato del Negro, de L'Area 18 prossimamente in uscita per 66thand2nd - la prima traduzione italiana di Fontanarrosa; qua c'è il podcast, dal minuto 14 in poi) (sabato, invece, Gianni Riotta ha recensito sempre L'Area 18 su Tuttolibri, il supplemento de La Stampa, citando larghi stralci di due miei pezzi apparsi tempo fa sulla internèz, uno su Rivista Studio e l'altro sul blog di SUR), dicevo, a perfetto compimento di una settimana come quella appena trascorsa c'è che Francesca e Luciano mi hanno regalato una maglia del Rosario Central. 
Canalla locura que no tiene cura.
Ed io, se non sono l'uomo più felice della terra, sono qualcosa che ci si avvicina tantissimo.



(poi domani vi racconto invece di un'altra cosa ENORME)

22 settembre 2014

(ròbe che ho scritto) Fischio finale


Da qualche settimana poi è uscito questo libro, si intitola "Fischio Finale", è edito da Novecento Editore, l'ha curato Gianluca Ferraris, dentro ci sono dei racconti noir, avete-letto-bene, dei racconti noir, e anche un mio, dice noir pure il tuo?, sì, noir pure il mio.

17 settembre 2014

Dopo un po', Rapyuela.

Finalmente ho avuto il coraggio di riascoltare Rapyuela. Non lo facevo da più di un mese, da quando avevamo chiuso l'ultima registrazione. Il missaggio finale, per dire, m'era sfuggito.
Rapyuela, magari ne hai sentito parlare, è il pezzo rap che ho scritto insieme al mio diggèi Pruno.
Lui ha prodotto il beat, e io ci ho rappato su qualche barra.
Barre pesanti come fossero d'acciaio inossidabile, in verità, perché alla fine non ho fatto che riscrivere alcuni dei capitoli più belli, secondo me (il settimo, il sessantottesimo - quello in glìglico - e il novantaduesimo) della Rayuela del Gran Cronopio, Julio Cortázar, come fossero un rap.

Rapyuela è uscito il 26 agosto scorso, il giorno del centenario della nascita di JC. Sarò grato sempiternamente al blog di Edizioni SUR e a Finzioni che lo hanno ospitato, condiviso, coccolato. Quel giorno ero a New York, mi sono svegliato alle tre del mattino per seguire il lancio, ma non ho resistito troppo a lungo. Quando ho riavviato la connessione internet, sei o sette ore più tardi, c'erano un centinaio di notifiche. Per leggerle ho aspettato un po'.

Sono andato in una libreria a Nolita. Sono entrato e ho comprato una copia di Hopscotch, che è poi Rayuela nella sua traduzione inglese. Nelle librerie di NYC nessuno guarda in faccia nessuno. La libraia era stupita che gli avessi chiesto se lo conoscesse, se lo avesse letto. E comunque no, non lo conosceva. E no, non lo aveva mai letto. E comunque ha smesso subito di guardarmi, nessuno deve guardare in faccia nessuno, sembra sia vietato. Meglio concentrarsi sugli smartphone. O sui piedi degli altri. Ci si può innamorare di una persona, solo a guardarne i piedi? Forse sì.

Riascoltando Rapyuela ho capito che abbiamo finito per scrivere due canzoni, Pruno e io.
Una è quella che ricorda, a chi ha amato Rayuela, il respiro della Maga che esce dalle labbra di Talita che ha nell'incavo del collo l'odore della Maga. 
L'altra è quella che racconta una storia d'amore che è tutte le storie d'amore, il gioco dei ciclopi che è il più bello del mondo, la complicità di un codice condiviso e inaccessibile dall'esterno tra due innamorati, l'ineluttabilità del cambiamento, e delle reminiscenze che ogni cambiamento porta connaturate in sé. 

Ora stiamo lavorando a un altro pezzo. Si chiamerà, ma è solo un titolo provvisorio, Morelliana (dall'altra parte). Sarà ancora una volta una riscrittura di Rayuela, certo, come sarebbe a dire, è ovvio come sono ovvie tutte le cose ovvie di questo mondo. Ma anche no.
Di cosa finirà per parlare, a chi finirà per parlare, questo chi può dirlo.
La nostra prassi è sempre la stessa: ci avviciniamo alla casella, lanciamo il sassolino verso il cielo, e che Dio ce la mandi buona.

[se ancora non lo avessi sentito, eccolo qua]

16 settembre 2014

Un mio racconto su Nuovi Argomenti

E insomma oggi esce il nuovo numero di Nuovi Argomenti, il 67, "Dal nostro inviato speciale".
Dentro, tra tante bellissime ròbe di scrittori che stimo altamente - senza starvi troppo a spiegare quello che OH, Nuovi Argomenti rappresenta - c'è anche un mio racconto.
Si chiama Conchiglia di nome.