21 maggio 2013

Lacrosse (su Vicolo Cannery)

Dopotutto è lo scopo universale dʼogni umana competizione, infilare qualcosa in qualcosʼaltro: la palla in rete,  la lancia nellʼanello della giostra del saracino, la freccia nel bersaglio, la pallottola nel costato del cervo, la pallina in buca, la sfera nella cesta, lʼhot dog tra le labbra, il dito dʼuna donna in un anello, le parole giuste in un discorso.
Su Vicolo Cannery c'è questo racconto che s'intitola Lacrosse.
Quello sport al quale ci si volge, tradizionalmente, quando mancano poco più di giorni quattro a una ròba che iniza per D, e che mette un cagotto che férmati.

14 maggio 2013

Keep it singing

C'è una tribù, in Africa, in cui la data di nascita di un bambino non si conta a partire dal reale giorno di nascita, né da quello di concepimento, ma dal primo esatto momento in cui il bambino è stato un pensiero nella testa della madre. Quando una donna decide di avere un bambino, esce dalla sua capanna e siede sotto il Grande Albero, in disparte, in solitario ascolto, fin quando nelle orecchie non le risuona la melodia della canzone, la Canzone del bimbo che vuole venire al mondo. E una volta appresa, questa canzone, va dall'uomo che vuole sia il padre del bambino, e gliela insegna. E poi, quando fisicamente si incontrano, mentre amoreggiano per concepire, si fermano un attimo per cantare la Canzone, come fosse un invito, un invito a sopraggiungere.

Quando poi la donna rimane incinta, insegna quella Canzone alle levatrici, alle balie, alle anziane della tribù, cosicché al momento della nascita possano cantarla al bambino, come benvenuto. Poi, quando il bambino cresce, la Canzone viene insegnata, di capanna in capanna, a ogni membro del villaggio. Se il bambino cade, si sbuccia un ginocchio, chiunque può sollevarlo da terra, stringerlo tra le braccia, cantargli la Canzone. E quando il bambino compie qualcosa di eccezionale, supera i riti della pubertà, anche in quel caso, come tributo a onore e gloria, tutti gli uomini e le donne della tribù intonano la sua Canzone.


In quella remota tribù africana c'è un'altra occasione in cui tutto il villaggio intona la Canzone. Se in un qualsiasi momento della sua vita l'individuo compie un crimine, un atto socialmente aberrante, viene convocato al centro del villaggio, e tutta la comunità forma un circolo intorno a lui. E cosa fanno, gli cantano la sua Canzone.Perché la condanna di una comportamento antisociale non deve passare attraverso la punizione, ma dev'essere intagliata nell'amore, nel ricordo dell'identità. Quando riconosci la tua Canzone risuonare, lo capisci da te che non c'è motivo alcuno di desiderare qualcosa che già non hai, e di farlo a scapito degli altri.


E così per tutta l'esistenza. Al momento del matrimonio, le canzoni di entrambi gli sposi vengono intonate. E infine, quando la morte sopraggiunge, e quel bambino che bambino non è più giace sul letto in attesa di spirare l'ultimo respiro, gli altri membri del villaggio che conoscono la Canzone la pisipigliano al suo capezzale, per l'ultima volta.Ognuno di noi dovrebbe avere una sua Canzone, come chi nasce in quella tribù lontana, in Africa, per specchiarsi nelle sue note e riconoscervisi in sintonia, oppure no.Nessuno smarrisce la strada di casa, se ha una Canzone a guidarlo.

01 maggio 2013

Come ippopotami rapiti alla savana (di quando l'Argentinos Jrs si chiamava Martiri de Chicago)


A Patrasso c’è una squadra di calcio, si chiama Panachaiki, ha le maglie rossoenere, l’hanno fondata gli anarchici. Anarcocristiani, anarcocomunisti, anarcovattelapesca, importa poco. Gli anarchici. Gente che non gli andavano bene le cose così com’erano. Gente che come gli ippopotami rapiti alla savana, a farsi rinchiudere in una gabbia, a mangiare il pastone dell’ingiustizia, ci stava mica. Gente che né Dio, né padroni, né schiavi, né servi.
Sai pure qual altra, di squadra?
L’Argentinos Juniors. La prima squadra di Maradona. Di Riquelme. Di Redondo. Sì, quelli. Quelli del quartiere La Paternale. Pure quella: gl’anarchici.
Dovete sapere che nei primi anni del Novecento, quando han messo su baracca e burattini e le mamme dei giovanotti hanno cucito la prima banda bianca trasversale sulle maglie rosse di cotone pesante, in quegli anni là la squadra si chiamava “Martiri di Chicago”.
Chi erano i martiri di Chicago?
Primo maggio, è il primo maggio del milleottocentottantasei. Chicago. Stati Uniti.
Il primo maggio del millottocentottantasei a Chicago i sindacati decidono che i tempi sono maturi per scendere in piazza e battersi e sventolare le proprie rivendicazioni: la giornata lavorativa non può più essere più lunga di otto ore. Sfilano in cinquecentomila. Son tante persone, cinquecentomila. I signorotti dell’industria, i padroni, come reagiscono? Male, reagiscono. Il giorno successivo chiudono le fabbriche, fanno una serrata: anche i padroni delle fabbriche possono fare sciopero, sventolare le proprie rivendicazioni, scendere in piazza magari no, se ne restano negl’uffici rilucenti, sorseggiando bourbon. Lo sciopero delle industrie, quando non lo fanno i lavoratori ma i padroni, si chiama serrata.
Il giorno successivo ancora, siamo al tre maggio: stavolta sono i lavoratori che vogliono tornare a fare sciopero. Non tutti, però. Qualcuno sì. Qualcun altro no. E quelli che no: entrano sfondando i picchetti dei colleghi. Si fanno coraggio e abbassano la testa e timbrano il cartellino e si spaccano il culo per il padrone ingrato. E quando finisce la giornata lavorativa, e suona la campana di fine turno, e quelli che son voluti entrare per forza si avvicinano ai cancelli per guadagnare l’uscita, ecco, in quel momento scoppia il putiferio. Ci scappa il morto, pure. E subito a dirsi: non può essere che ci scappa un morto, durante una serrata, durante uno sciopero per giunta dei padroni, che qua gli scioperi li facciamo solo noi, e per la giustizia, mica per morire. Domani ci riuniamo a Haymarket e gli facciam vedere noi, di che pasta siamo fatti. Il quattro maggio, il quattro maggio millottocentottantasei Haymarket è l’epicentro della rivolta, dell’insurrezione, degli ora basta. 
La polizia carica per sgomberare i manifestanti. 
Qualcuno getta una bombacarta. 
Un provocatore. 
Un insurrezionalista. 
Una. 
Bomba. 
I poliziotti lì van fuori di cranio. Non ci si capisce più una sbercia. Sparano alla cieca. Chi cazz’è stato a lanciare la bomba? Otto poliziotti perdono la vita, quasi tutti uccisi dal fuoco amico, si dice così, quando il proiettile parte dalla canna dell’arma di un commilitone tuo: fuoco amico. Come se il fuoco possa essere amico o nemico: il fuoco brucia. Il fuoco fa male. Sempre. Muoiono otto poliziotti e bisogna cercare un colpevole. Un capro espiatorio. Gli anarchici. Questi nullafacenti perdigiorno che Dio no, i padroni no, gli schiavi no, ma i morti sì, i morti con le bombe e le fucilate sì. Ne arrestano otto. Ogni poliziotto morto un anarchico, ogni anarchico un’ora di lavoro per la quale lottare. 
Il numero otto, a guardarlo bene, ricorda il simbolo del loop, se lo sdrai su un fianco.

Certe cose tornano e ritornano ancora. 
Lo sfruttamento. La ribellione. 
A guardarci bene, c’è sempre qualcosa per cui combattere. Per cui buttarsi sull’asfalto e lottare.
 



20 aprile 2013

Così dovrebbe essere, e di fatto è. [due letture a voce alta, encore]

Il 25 Aprile, che quest'anno viene di giovedì, al Recycle in Via Montegrappa a Civitavecchia succede che la sezione locale dell'Anpi e i Giovani Democratici abbiano organizzato, come l'anno scorso, questa cosa di leggere a voce alta testi Resistenti (e guardare poi cortometraggi, tipo "Homo Homini Lupus"). 
L'hanno intitolata 25 Aprile Sempre, perché così dovrebbe essere e di fatto è, almeno per me. 
Anche se poi queste ròbe si finiscono per fare sempre lo stesso giorno, sempre un solo giorno l'anno, il 25 Aprile, che quest'anno viene di giovedì.
(sono contento di due fatti, però. Il primo: che m'abbian chiesto di fare una sorta di supervisione, di raccordo, di selezione dei testi, e io l'ho fatto confrontandomi e decidendo quali leggere insieme a tutt'una pletora di ragazzetti poco-più-che-tinègiers che solo a guardarli negl'occhi ti viene d'averci fiducia. Il secondo: che nello sfascio totale di quella ròba che s'accompagna a Democratico, certi valori almeno, almeno quelli, non si perdono di vista).

Il giorno successivo, poi, invece, a Roma, al Beba do Samba, vado a leggere qualche brano (insieme a gente bravassài) a questo reading che hanno intitolato I Lettori Selvaggi
Perché è così che si dovrebbe essere, quando s'è lettori: selvaggi.
E di fatto così è, almeno per me.

06 aprile 2013

Ed è, né cangia stile

Leggere del dissenso che monta nel m5s, delle faglie che si spalancano, e poi una frase in particolare - "non siamo noi che ci stiamo dividendo, si stanno dividendo gli altri" - m'ha fatto tornare in mente quella volta in cui una ragazzétta con cui intrattenevo una relazione licenziosa quanto travagliata venne sotto casa mia a dirmi che così non poteva andare avanti, che proprio non ce n'era: le scenate di gelosia e i fiori e la turbolenza dei diciott'anni, guarda, anche no. Dopodiché me ne vado, m'aveva detto, t'accompagno al motorino, avevo proposto io, no tu ti fermi qua, m'aveva risposto piccata lei, perché se m'accompagni poi sembrerà sia io che fuggo da te, e invece sarebbe meglio che ci voltassimo le spalle qui e ora, all'unisono, parrà una decisione condivisa; e allora io m'ero voltato, servile fin all'ultimo respiro, e lei invece se n'era rimasta impalata, così era andata a finire che l'avevo piantata io, matupènsa.
Insomma è tutta una questione di punti di vista, ho pensato mentre leggevo del m5s, dividersi ha lo stesso suono onomatopeico di fesatura di cristallo, in tutte le lingue del mondo.
Ed è, né cangia stile.

05 aprile 2013

Su Metromorfosi

Su Metromorfosi, questa zine mensile edita dalla Tic Edizioni e distribuita gratuitamente qua e là per la capitale, capita che ogni mese chiedano a chi scrive dei libri di consigliarne tre, di libri, i propri non valgono, tre libri da portare su un'Isola, si chiama così la rubrica.
Ad Aprile l'hanno chiesto a me.
Pagina 31.
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