23 aprile 2011

Non è questo il punto

Quest'anno, niente processione del venerdìsànto.
La processione del venerdìsànto a civitasvetula è una ròba irrinunciabile, uno dei quattro eventi da delirante struscio collettivo: ci sono le pastorelle dell'antevigilia, ferragosto, i sepolcri del giovedìsànto e la processione del venerdìsànto, giustappunto.
Nella processione del venerdìsànto ci sono i penitenti incappucciati che trascinando catene espiano i loro peccati, faticano e spiano dai buchi sul cappuccio il pubblico assiepato ai bordi della strada: alla processione del venerdìsànto ci si va per il totoincappucciati, per cercare di capire chi si nasconde sotto il saio bianco.
Quest'anno, dicevo: niente processione del venerdìsànto. Ma non è questo il punto.

Ieri pomeriggio sono andato a fare una cosa clandestina, che non potevo parlarne prima perché era clandestina. Ma non è questo il punto.
Questa ròba clandestina era una tavola rotonda sull'Utopia. C'erano svariati architetti, un radiodrammaturgo, una mangaka, un critico d'arte, un tipopolitologo,  uno scrittore di genere, fantascienza nello specifico, ed un altro scrittore di genere, io, di genere maschile, nello specifico, mi sono definito.
S'è parlato molto di concetti utopici ed utopistici, di Bloch e di Campanella, non ha suonato mai la campanella, tre ore fitte di ragionamenti nelle quali la frase più ricorrente è stata Non è questo il punto. Generalmente, a dirla era chi prendeva la parola. Dopo aver ascoltato l'intervento precedente, era una sorta di prassi, dovevi dire: non è questo il punto, e poi snocciolare il tuo, di punto, che ovviamente per il successivo non era quello il punto, e così via.
Ma non è questo il punto.
Una banalità che m'è venuta da scrivere è che il mestiere che faccio io è fare dei libri, e fare dei libri è un gesto massimamente utopico nel senso stretto, etimologico del termine: è pigliare per mano il lettore e portarselo in un non luogo, u- che priva e topos che è il luogo, non necessariamente migliore di quello in cui ogni giorno paghi i parcheggi o fai l'amore, un luogo in cui i palazzi sono fatti di parole, le farmaciste di parole, i filosofi di parole. Solo la merda, in quel mondo là che crei con le parole, puzza di merda, ma far profumare la merda di gelsomino, ecco, altra banalità che mi vien da dire, sarebbe un'utopia.
La ròba più seria che sono riuscito a pensare è che come altre mirabili arti fatte di costrutti mentali, tipo l'architettura, la letteratura ha un innegabile pregio: quello di pre-vivere, di gettare i prodromi di quel-che-intende-essere, sulla carta, dove non ci sono leggi della fisica o della società ad ostare: c'è solo l'infinitamente potenziale di barthesiana memoria, ed il MEGLIO non è qualcosa da guardare con disillusione, ma al contrario una legittima ambizione. Utopia ha un nome diverso, in letteratura, anzi non ne ha: nessuno scrittore l'ha mai conosciuta di persona, né pensa di farlo in futuro, Utopia. E se l'architettura, successivamente, deve adattarsi ad un universo di fili a piombo, malte, piloni e muri portanti, scontrarsi col crash tra il realizzabile ed il realizzato, la letteratura, ecco, in cambio, può - e a volte, DEVE - conservare quell'inafferrabilità, quella vacuità dandy, quell'impalpabilità che fa per tutti di un'utopia un'Utopia, per tutti meno che per gli scrittori: chi cazz'è, Utopia? Quando scrivi, anche il realizzato continua a profumare di realizzabile.
La letteratura danza sui fili di nylon della finzione, dell'infingimento: io, ad esempio, magari conta poco il mio parere, e poi nessuno me l'ha chiesto, ma vien bene dirlo, ecco io scrivo perché scrivere è l’unico mezzo che conosco, l’unico che mi è permesso maneggiare, per manipolare la realtà, per dare ad intendere che, per deflorarla, l'utopia, dopo averle lisciato lungamente le cosce: per farla contenta e cazziata. 
Avevo scritto queste ed altre righe per surrogare il mio punto di vista, dovevo leggerle, non le ho lette, poi, ma non è questo il punto, anzi sì: le avessi lette, qualcuno avrebbe controbattuto ma vedi, non è questo il punto.

E allora qual è, questo punto?

[la ròba più bella l'ha detta Cintia Scianna, che è arrivata tardissimo, ma non è questo il punto: ha detto che la più grande sfida utopica che si pone l'uomo è quella di sconfiggere la morte. Ch'era una frase molto pasquale, dopotutto, ma ecco: non è questo il punto]

3 commenti:

Maximiliano Sebastiàn Chimuris ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Cintia ha detto...

e pure io, che sono arrivata tardissimo, io che confondo condivisibile con condiviso, io avrei detto la frase più bella della serata... que honor Gabrielli

dokclab ha detto...

ma non è questo il punto...