27 giugno 2010

Transustanziazione

A volermi ricordare com’è che poi è andata a finire me lo ricordo mica, ma c’è stato un periodo in cui m’accompagnavo ad una signorina in certe passeggiate sul lungomare, eran gran cedrate tassoni per lei e ferné per me, poi capitava che la soprendevo a canticchiare canzoncelle demodé come Ma l’amore no o Rien de rien ed alle volte, chissà perché chissà per come, proferiva la parola transustanziazione, che dovessi contestualizzarla in un ciarlare sul lungomare, transustanziazione, saprei mica come barcamenarmi (io, di par mio, utilizzavo in quei tempi barcamenarmi più spesso di quanto non abbia mai più fatto).
E poi niente, l’ho reincontrata qualche giorno fa, quella signorina, è un botto di tempo che non ci si vede, m’ha detto, la si usa spesso, dalle mie parti, la parola botto intendendo fracco, svario, basta slang!, tot, basta anglicismi!, un botto sta per tantissimèrrimo, ecco, e sembra che con botto si voglia sottolineare la roboante pirotecnicità, la deflagrante sorpresa provocata dall’accatastarsi dei mesi, dei giorni, del tempo.
Per mano due fanciullini, i suoi.
Le ho chiesto se se li ricordava, quei giorni lontani là delle passeggiate sul lungomare, quando diceva, alle volte, transustanziazione.
No, non se li ricordava.

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